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martedì 14 giugno 2016

#SEMEPI: Intervista a d Annalisa di Panesi Editore!


Buon pomeriggio, mie care mele!
Oggi sull'Albero ospitiamo di nuovo l'iniziativa di #SEMEPI, che consiste nel sostenere le piccole case editrici... intervistando direttamente gli editori! (Ve ne ho parlato QUI)
Vediamo quale Casa Editrice conosceremo oggi!



La Casa Editrice

Panesi Edizioni nasce a maggio 2014 con il nome di Kymaera Edizioni. Il nome è cambiato, ma non lo spirito con cui è nata. Spirito che si ritrova nel suo logo, in quel serpente che si morde la coda in un circolo continuo che riporta a sé e all’infinito.
Panesi Edizioni è una nuova casa editrice genovese che opera nel digitale, con un occhio di riguardo ai grandi nomi che hanno reso possibile tutto questo (siamo lettori, prima di tutto).
Panesi Edizioni è una casa editrice che punta fortemente sui giovani talenti, cuore pulsante di ciò che verrà.
Panesi Edizioni è una casa editrice che riposa su valori consolidati, come l’arte, la cultura e la bellezza, e crede, nel suo piccolo, di poterne creare altri.
Panesi Edizioni è un service editoriale e digitale per tutti coloro che vogliano abbandonare la paura del nuovo, mantenendo saldi i principi di qualità, e aprire le porte alle potenzialità dell’e-book reading.
Panesi Edizioni, attraverso le sue teste pensanti, Annalisa e Giulia (sì, sì, vabbé, c'è anche Daniele) non vede i libri come merce, ma come figli da crescere o genitori da accurdire.
Panesi Edizioni, è uno dei possibili passati, ai quali si riallaccia con tre nuove armi: passione, qualità e professionalità.
Panesi Edizioni è uno dei possibili futuri, e vuole portare con sé, in questo viaggio, tutti coloro che credono ancora nella forza e nella bellezza della scrittura.


CONTATTI UTILISito: Panesi Edizioni
Pagina Facebook: Panesi Edizioni
E-mail: info@panesiedizioni.it
Curiosità: sul sito c'è una sezione dedicata a Corsi di formazione, cliccate QUI per saperne di più!

Diamo il benvenuto a Annalisa, l'editrice di Panesi Edizioni!
Ma bando alle ciance: cominciamo subito con le domande.

Cominciamo con una domanda semplice, ma che mi ha sempre incuriosita: qual è il motivo della scelta del nome della Casa Editrice e del logo?La casa editrice prende semplicemente il mio nome, è una mia creatura e in quanto tale si identifica in tutto e per tutto in me. Il logo, a cura della bravissima Ilaria Leopoldo, rappresenta il serpente che si morde la coda in un circolo continuo che riporta a sé e all’infinito, così come l’Arte deve riportare a se stessa così come aprirsi al mondo.
Lasciamo da parte le curiosità e veniamo alle domande tecniche! Qual è la vostra linea editoriale? Di quali generi vi occupate?Prima di tutto siamo lettori, lettori onnivori, e in quanto tali non abbiamo voluto limitare le nostre pubblicazioni ad uno o pochi generi. Da settembre attueremo una modifica radicale delle nostre collane, ma gli unici generi di cui non ci occuperemo più saranno la poesia e la saggistica, eccetto testi riconducibili alle nostre tradizioni liguri, a cui teniamo particolarmente.
Pubblicate solo libri di autori italiani o anche di autori stranieri? Perché questa scelta?Al momento l’unico autore straniero è stato Luca Bortone, scrittore di thriller davvero in gamba. Ma è, per noi, un “falso straniero”, in quanto ticinese di lingua italiana. Al di là di Luca, abbiamo pubblicato due traduzioni in italiano di classici della letteratura, su proposta delle stesse traduttrici: “Storie di numeri di tanto tempo fa” di D.E. Smith a cura di Anna Cascone e “Le anime bianche” di F.H. Burnett a cura di Annarita Tranfici, la primissima traduzione italiana di questo testo poco conosciuto dell’autrice inglese.
Pubblicate cartacei o ebook?La nostra è una casa editrice principalmente digitale, strada su cui puntiamo e in cui crediamo molto. Stampiamo occasionalmente alcuni cartacei in caso di presentazioni o fiere.
Su quale aspetto ponete maggior attenzione per la pubblicazione e/o promozione di un libro?Dipende molto dal genere di libro, cerchiamo innanzitutto di mettere in primo piano l’autore, presentandolo e facendolo conoscere ai lettori. Dopodiché, per la promozione del testo cerchiamo di dare risalto ai suoi punti forti, a ciò che lo caratterizza all’interno di un dato genere ma anche all’originalità che porta in sé.
Qual è la distribuzione della vostra Casa Editrice?Essendo digitali, i nostri libri sono distribuiti in lungo e in largo in tutte le librerie online, italiane e non.
Siamo già giunti all'ultima domanda! Prima di salutarci un'ultima cosa: qual è la qualità indispensabile per un editore? E quali requisiti deve avere un autore per attirare la vostra attenzione?Credo che ogni casa editrice richieda, giustamente, propri requisiti. A noi il testo deve colpire fin da subito come un fulmine a ciel sereno, deve tenerci attaccati allo schermo fino alla fine, con la voglia di “vedere come finisce”. E questo si raggiunge sia attraverso una storia interessante e ben organizzata, sia attraverso una scrittura il più pulita possibile, o almeno curata: i refusi scappano a tutti (pure a noi!), ma presentare un testo ad un editore ricco di errori non è proprio consigliabile!

Grazie mille a Annalisa per averci dedicato parte del suo tempo e aver soddisfatto la nostra curiosità!


Io vi rimando alla pagina Facebook di SEMEPI, ricordandovi che per i prossimi 7 giorni pubblicizzeremo 7 titoli del catalogo della Panesi Edizioni.
Mi raccomando, passate a trovarci!



giovedì 2 giugno 2016

Intervista a Francesca Diotallevi


Bentornate sull'Albero, mie care mele!
Oggi ospito sotto le fronde del Melo una scrittrice italiana di grande talento. Sto parlando di Francesca Diotallevi, autrice di "Dentro soffia il vento" (leggi la mia recensione qui).

1) Ciao Francesca e grazie per aver accettato di essere mia ospite! Dato che non ami le domande di presentazione, proviamo a conoscerti tramite i tuoi romanzi e il rapporto con la scrittura, con una domanda piuttosto classica: come è nata l'idea per Dentro soffia il vento?

Da una fotografia raffigurante una lapide. Mi è bastato leggere ciò che vi era scritto, il modo in cui era scritto, e già stavo immaginando una storia. Questa lapide, collocata nei boschi sopra il piccolo borgo di Saint Rhémy, ultimo villaggio valdostano prima del confine svizzero, parlava di un gruppo di zingari definiti ‘stagnini’ per la loro abilità nel lavorare i metalli, accampati nella foresta e travolti, in una notte di tormenta, da una fatale valanga. Ho unito la curiosità per questo fatto storico al mio amore per la Valle D’Aosta, i suoi luoghi e le sue leggende e ne è venuto fuori questo romanzo che racchiude in sé molto del mio vissuto e delle mie passioni.

2) Essendo scrittrice a mia volta, mi incuriosisce sempre il rapporto che si instaura tra l'autore e i suoi personaggi. È risaputo, infatti, che molti sostengano che siano questi ultimi a “manovrare” l'autore, e non viceversa. Tu che rapporto hai con i tuoi personaggi? Lasci che ti guidino loro nella storia o sei tu la mente e loro il braccio?

Io, di solito, sono l’ultima ruota del carro. Scherzi a parte, è proprio vero che fanno tutto di testa loro. Forse chi non scrive non può capirlo fino in fondo, ma arriva sempre quel magico momento in cui capisci che la storia funziona perché… si scrive da sola. I personaggi hanno trovato la loro voce e non hanno più bisogno che tu gli tenga la mano guidandoli passo passo. Tutto quello che puoi fare, arrivata a questo punto, è mettere il pilota automatico e vedere dove ti porteranno gli amici di carta a cui hai dato forma e che poi hai visto trasformarsi in persone reali che ti tengono compagnia in ogni momento della giornata.

Fiamma e Ribes
3) Come darti torto? La vediamo proprio allo stesso modo! Rimanendo sempre nell'argomento, per i personaggi della tua storia ti sei ispirata a qualcuno di reale?

Nì. Come dicevo sopra, gli zingari sono gli unici personaggi del romanzo ad avere attinenze con la realtà. Tutti gli altri sono forse un miscuglio di persone reali e personaggi letterari incontrati nel corso della mia vita, con qualcosa di me a completare il tutto. Ad Agape, per esempio, ho prestato parte del mio carattere un po’ insicuro, a Yann il fardello della responsabilità che impedisce, a volte, di capire cosa si vuole davvero e andare a prenderselo, dandosi un sacco di inutili scuse. A Fiamma ho dato il mio amore per i libri e le parole, la consapevolezza che solo la conoscenza renda davvero liberi.

4) Sei giovane, eppure la tua scrittura ha dimostrato non poca maturità. Quali autori ti hanno “formata” come scrittrice?

Fin da bambina ho sempre letto moltissimi libri, quindi gli autori che mi hanno influenzato, in vari periodi della mia vita, sono molti e molto diversi tra di loro. Uno dei primi scrittori con cui mi sono confrontata da ragazzina è Stephen King: adoro il suo stile, potrei leggere anche la lista della spesa se a scriverla fosse lui. Generalmente viene etichettato come autore horror/commerciale, ma alcuni suoi romanzi sono delle perle rare, che mi hanno fatto versare calde lacrime. Ci sono poi gli autori classici a cui sono molto legata: Dumas (padre), Flaubert, James, le sorelle Brönte. Per tornare sui contemporanei, invece, cito tre autrici a cui mi sento molto affine come stile e tematiche: Tracy Chevalier, Susan Vreeland e Sarah Waters.

5) Una domanda che si collega alla precedente: quali sono i tuoi libri/autori preferiti?

Uno su tutti è Jane Eyre, di Charlotte Brönte. In questo romanzo c’è tutto ciò che amo trovare in una storia: personaggi complessi, atmosfere cupe, segreti inconfessabili, una grande e sofferta storia d’amore e una protagonista forte, che non si lascia abbattere dalla piega degli eventi. Ma i libri che mi sono entrati nel cuore sono tanti: La ragazza con l’orecchino di perla, Il petalo cremisi e il bianco, Quel che resta del giorno, Il Gattopardo, Rebecca… e la smetto qui, o potrei andare avanti per ore!

6) Parliamo ora del difficile rapporto tra editore e scrittore. Molti autori che attendono di esordire, o comunque emergenti, si chiedono come “farsi notare” dalle grandi case editrici. Tu hai qualche consiglio da dare? Sei stata pubblicata da Mursia, Mondadori Electa e, ora, da Neri Pozza. È stato “facile” (si fa per dire, ovviamente) per te trovare il consenso di un grande editore?

No, non è stato facile. Quando si parla di scrittura si parla di rifiuti, porte sbattute in faccia e gavetta. Tanta gavetta. Il grosso errore (che, peccando di presunzione, ho commesso a mia volta all’inizio della mia carriera) è credere che la pubblicazione sia il punto di arrivo. Niente di più sbagliato, soprattutto se poi ti trovi ad avere a che fare con un editore che non ti supporta come dovrebbe, ma ti lascia un po’ abbandonato a te stesso. Non so quale sia il segreto di certi autori che riescono a farsi pubblicare il primo romanzo da un grosso editore e vendono, da subito, migliaia di copie. Io ho seguito l’iter classico dell’invio del manoscritto e della paziente attesa.
Con Mursia ho mosso i primi passi, poi Mursia mi ha voltato le spalle e ho dovuto ricominciare da zero. Ho aspettato otto mesi una risposta alle numerose mail inviate, in cui proponevo il mio secondo lavoro, che è stato poi accettato da Mondadori Electa. A Neri Pozza sono arrivata grazie a un Premio letterario… insomma, ho avuto le mie gioie, certo, ma anche delle discrete stangate sui denti! Ora però devo dire che grazie a Neri Pozza sento di essere, finalmente, nel posto in cui volevo essere. Ed è una sensazione per cui è valsa la pena fare tanta fatica!

7) Le tre regole (o ingredienti) della scrittura secondo te.

Leggere molto.
Scrivere solo ciò che appassiona. Se quello che state scrivendo annoia persino voi che gli date forma, lasciate perdere.
Tagliare senza remore. Lo so, siamo tutti innamorati di ciò che scriviamo, ma dovremmo imparare a guardare il nostro lavoro con gli occhi di un critico severo, e se qualcosa non convince, eliminarlo senza pietà. La troppa indulgenza verso se stessi, nella scrittura, non paga.

8) Nel tuo romanzo parli della guerra; essa non è mai protagonista, eppure incombe sui personaggi da te creati. Gli hai dedicato poche pagine, che però mi hanno colpita e commossa per la loro intensità. Mi sono chiesta se per scriverle hai attinto da fonti certe: hai riportato esperienze che hai sentito raccontare da familiari? Le hai trovate sui libri?

Le lettere dal fronte sono stata la parte più difficile dell’intero romanzo da scrivere, per due motivi: 1) hanno richiesto una grande documentazione 2) mi hanno sbriciolato il cuore. Ho letto molta corrispondenza di guerra per renderle credibili, alcune cose che descrivo sono fatti realmente accaduti, che mi hanno lasciato addosso per giorni una cappa di tristezza e profondo sconforto per tutte quelle vite spezzate così miseramente. Come dice Raphaël a un certo punto: quello che mi lascia senza parole è stato veder morire così inutilmente.

9) Leggevo in una tua precedente intervista che hai pianto scrivendo alcune scene del romanzo. Prima di tutto, tantissimi complimenti per essere riuscita a trasmettere tutte le tue emozioni nella scrittura, è una cosa che pochi autori sanno fare. Condivido il tuo modo di partecipare ai drammi e alle gioie dei personaggi di cui si scrive, ma ora ti chiedo: come lenisci il dolore, la pena, la tristezza per quello che stai scrivendo? Come contieni la gioia? Se hai un rimedio, ti prego, fammelo sapere, perché a volte mi sento così in colpa per quello che scrivo dei miei personaggi – o, al contrario, così euforica – da incepparmi e non riuscire più ad andare avanti con la scrittura xD

In realtà, non credo serva un rimedio a questo, perché questa capacità di provare emozioni durante la scrittura è ciò che, molto probabilmente, farà funzionare la storia. Per il discorso di prima, cioè che se qualcosa annoia lo scrittore per primo, di certo annoierà a morte anche il lettore, credo che il fatto che lo scrittore sappia commuoversi, o indignarsi, per ciò che ha messo nero su bianco gli conceda buone probabilità di trasmettere queste sensazioni anche ai suoi lettori. Ed è questo che ripaga, alla fine, ogni pena: sapere di essere riusciti a regalare un’emozione autentica.

10) Dentro soffia il vento è ambientato a Saint Rhèmy, in Valle d'Aosta. Dal tuo libro trapela una profonda conoscenza, oltre che a un amore sconfinato, per questo paese incastonato tra i monti. Ci hai vissuto? Come mai hai scelto questa ambientazione?

Ho scelto Saint Rhèmy per via del fatto storico realmente accaduto da cui ho preso spunto per scrivere questa storia, ma in effetti nutro un grande amore per la Valle D’Aosta, che considero un po’ la mia seconda casa, il mio luogo del cuore, quello in cui fuggire quando ho bisogno di staccare la spina. Niente, come i boschi fitti di verde, i profili delle montagne contro il cielo trasparente e il silenzio che regna in quei luoghi sa rimettermi insieme l’anima un po’ accartocciata dal tran tran quotidiano. Non ho mai vissuto a Saint Rhémy, ma vi ho sempre trascorso le mie vacanze.

12) Uno dei personaggi della tua storia è un animale, una volpe per la precisione. Non ho potuto fare a meno di notare, sia in Dentro soffia il vento che nel racconto Le Grand Diable, un rispetto per il mondo animale, una sensibilità non comune a tutti. Vuoi dirci qualcosa al riguardo? Hai animali a casa?

Farò una premessa: uno dei soprannomi affibbiatami, fin da piccola, dai miei parenti, è San Francesco. Io ero la bambina che tornava a casa dalle elementari con la scatola piena di gattini abbandonati che lasciavano nel cortile della scuola, e che nessuno voleva. Quella che recuperava gli uccelli caduti dal nido e li coccolava, quella che divideva la merenda con il cane. Una volta ho messo su anche un allevamento di lumache, quelle che mio nonno trovava nell’orto e di cui tentava di liberarsi con metodi alquanto brutali. Per me gli animali sono sempre stati una costante e una parte fondamentale della mia vita, ne ho avuti tanti, di varie specie, e per loro nutro un amore profondo. Adesso vivo con il mio gatto Ilio, un micio senza un occhietto adottato dal gattile, ma a casa dei miei genitori ho tre cagnoline, anche loro salvate da diverse situazioni difficili. Ho un debole per gli animali sfortunati, quelli che si trovano in difficoltà e hanno bisogno che qualcuno si prenda cura di loro. Come la volpe Ribes della mia storia.

13) Hai altri romanzi in cantiere?

Ho sempre qualcosa che mi frulla per la testa, e nel computer ho una cartella piena di storie iniziate e poi abbandonate per svariati motivi. Ora che ho avuto la fortuna di incontrare il mio editore ideale, ho scoperto che ci troviamo del tutto in sintonia sulla scelta dei soggetti, e questo mi rende libera di lasciar correre la fantasia. Attualmente sto raccogliendo un po’ di materiale per una nuova storia che, se mai vedrà la luce, parlerà di una donna italiana vissuta nel Rinascimento, la cui vita è già un romanzo di per sé e che spero di riuscire a rendere reale quel tanto che basta perché i lettori possano affezionarcisi. Io lo sono già.


L'intervista è finita, ringrazio infinitamente Francesca per la sua disponibilità e gentilezza nel rispondere alle mie numerose domande.
Un abbraccio a tutte voi, care mele! A presto.

lunedì 13 luglio 2015

A tu per tu con... Vanessa Roggeri, autrice di "Fiore di fulmine" e "Il cuore selvatico del ginepro"


Bentornati nella mia Foresta Incantata! E' con immenso piacere che oggi ospito sotto le fronde degli alberi qui intorno una scrittrice che amo particolarmente e che si è conquistata un posto tra i miei preferiti. Sto parlando di Vanessa Roggeri, autrice di "Il cuore selvatico del ginepro" (recensione qui) e "Fiore di fulmine" (recensione qui). Sedetevi comodi, siete pronti? Bene, possiamo cominciare =D

1) Ciao Vanessa! Presentati ai lettori del blog.
Ciao a tutti, mi chiamo Vanessa Roggeri, ho &*% anni, sono nata e cresciuta a Cagliari, sono laureata in Relazioni Internazionali, ho sei gatti e con grande determinazione e costanza sono riuscita a realizzare il sogno di diventare una scrittrice. I miei romanzi sono “Il cuore selvatico del ginepro” e “Fiore di fulmine”, entrambi edizioni Garzanti.

2) Sia “Il cuore selvatico del ginepro” che “Fiore di fulmine” hanno personaggi femminili dalla forte personalità. C'è una ragione precisa dietro alla scelta di raccontare storie di donne, mettendo in secondo piano i personaggi maschili?
Storie di donne perché vengo da una famiglia in cui ho sentito maggiormente presenti le figure femminili. Sono state il mio punto riferimento, più di quelle maschili. È così che le storie risultano più autentiche e vere, quando parli di ciò che sai.

3) Sono rimasta estasiata, folgorata, dalla caratterizzazione dei tuoi personaggi. Come dice il retro della copertina di “Fiore di fulmine”, la tua penna indaga le pieghe più intime dell'animo umano. Non vogliamo certo sapere tutti gli ingredienti segreti del tuo talento, ma quanto studio c'è dietro la costruzione di un personaggio? Servono tanto spirito di osservazione e un certo acume, ma c'è anche dell'altro?
Il segreto è proprio questo: un grande spirito di osservazione, amore per i dettagli, oltre a una inclinazione naturale nel saper desumere i caratteri dai comportamenti. Non mi stanco mai di osservare le persone, di coglierne i tratti salienti con poche occhiate. Ovunque mi trovi c’è sempre qualcosa di interessante da studiare, un tic nervoso, un intercalare nel parlare… L’umanità offre un vasto e variopinto campionario di personaggi, bisogna soltanto guardarsi intorno.

4) Come scegli i nomi dei tuoi personaggi?
La scelta dei nomi è una fase molto importante. Per me i nomi devono avere un significato e accordarsi sempre con la personalità dei protagonisti. Per fare un esempio, il nome della protagonista di Fiore di fulmine, Nora, rappresenta un omaggio sia alla omonima città fenicia che sorge sulla costa a pochi chilometri da Cagliari, sia alla mia eroina prediletta della storia sarda, Eleonora d’Arborea.

5) Dai tuoi romanzi traspare l'amore per la tua terra, la Sardegna. Ma cos'altro ti ispira per dar vita alle tue storie?
L’ispirazione può arrivare da qualsiasi fonte; immagini, frasi carpite dove meno ti aspetti, fatti di cronaca, vita reale così come un ricordo della giovinezza che ritorna all’improvviso. Qualcosa ti colpisce e la tua mente incomincia a creare degli scenari, a formulare ipotesi e congetture, a formulare il primo abbozzo dell’idea per la tua nuova storia. Lo considero il momento più puro ed entusiasmante di tutta la fase creativa.

6) Quanto di reale c'è nelle tue storie? Ti sei basata su episodi della tua vita, o di conoscenti, realmente accaduti?
Di reale c’è sempre tantissimo. Al di là della trama principale che è frutto della mia fantasia, cerco sempre di ancorare la storia a una solida base reale. In Fiore di fulmine, il villaggio minerario di Monte Narba, o i numerosi luoghi che descrivo della Cagliari di inizio ‘900, sono tutti luoghi esistenti o esistiti, e ciò richiede un accurato lavoro di ricerca.

7) L'elemento soprannaturale è presente, in modi diversi, in entrambi i tuoi libri. Come mai hai scelto proprio di raccontare storie di streghe, spiriti, fantasmi?
Il perché è molto semplice: perché i misteri e gli archetipi soprannaturali mi affascinano tantissimo. Ho bisogno di un pizzico di irrealtà, di magia, di sogno per stuzzicare la mia fantasia di scrittrice. I piedi devono essere ben poggiati alla terra, ma per poter prendere la rincorsa e spiccare il volo.

8) Quanto sono importanti le tradizioni e le credenze popolari per te? Sono ancora così radicate nella Sardegna di oggi? Ti definisci un po' superstiziosa anche tu?
Non sono superstiziosa, forse però qualche condizionamento nell’infanzia l’ho subito anch’io. Ad esempio, dopo una severa sgridata da parte di mia nonna, a distanza di trent’anni, tutt’ora sto bene attenta a non mettermi a croce negli usci di casa perché si dice che porti grande sfortuna. Certi retaggi della tradizione sono talmente radicati da non poter essere cancellati così facilmente. La Sardegna vive di tradizioni, fanno parte della nostra cultura sarda. Rinunciarvi significherebbe perdere la nostra identità.

9) E ora una domanda un po' “romantica”: ti piace scrivere a mano le tue storie o le batti subito al pc?
A mano prendo solo gli appunti. Scrivo le storie sempre e solo al pc. È come se, con le dita sulla tastiera, entrassi automaticamente in modalità “scrittrice”.

10) I tuoi lettori sono molti: qual è il tuo rapporto con loro e in generale cosa ti dicono dopo aver letto i tuoi libri?
I lettori riescono a trovare il modo di stupirmi ogni giorno con i loro messaggi. Confezionano piccole recensioni talmente ben articolate nell’esprimermi i sentimenti che la lettura dei miei libri è riuscita a suscitare in loro, da toccarmi il cuore. Al di là dei commenti più frequenti, ciò che non fanno mai mancare è un “grazie” per le emozioni che ho donato loro attraverso le mie storie. E io ringrazio loro perché ricevere questo affetto e sostegno è la gratificazione più grande. Il rapporto scrittore-autore è in questo senso vicendevole.

11) I tuoi libri/autori preferiti e quelli che hanno ispirato il tuo stile.
Ho affermato molte volte che Emily, e soprattutto Charlotte Bronte, sono le mie muse ispiratrici, non soltanto perché hanno scritto dei capolavori immortali, ma anche per ciò che queste donne morte giovanissime nell’Inghilterra puritana dell’800 hanno rappresentato: un vento di passioni e speranza che rompeva col passato e le convenzioni, un desiderio di riscatto e felicità che purtroppo non hanno avuto modo di realizzare nella vita reale, ma che hanno vissuto attraverso le loro storie.

12) Quali sono gli ingredienti principali per la buona riuscita di un romanzo secondo te?
Per me un buon romanzo può essere definito tale quando presenta determinate caratteristiche:
Un protagonista sfaccettato in cui tutti possono riconoscersi;
Una trama che trascini i personaggi come una forza inarrestabile;
Una storia che stimoli l’intelligenza e colpisca le emozioni più profonde del lettore;
Una bella forma estetica, ovvero, una bella scrittura.

13) Cos'è per te la scrittura?
La mia vocazione. Il mio baricentro.

14) Durante la stesura dei tuoi due libri hai ascoltato della musica? Se sì, quali sono le loro colonne sonore?
Se mi viene voglia la ascolto prima d’iniziare per ritrovare una certa carica emotiva, ma in genere mai durante la stesura. Mi disturba, così come il chiasso e il vociare.

15) Quale dei tuoi personaggi ti rispecchia di più?
Nessuno in particolare. Forse c’è una maggiore empatia con Nora perché in lei ho messo molto dello spirito sardo indipendente, forte e orgoglioso.

16) Hai altri romanzi in cantiere?
Naturalmente sì. Questa volta però non faccio anticipazioni perché voglio che sia una sorpresa.

Noi siamo curiosissimi! Non ci resta dunque che salutarti e farti tantissimi auguri per la tua carriera e i progetti futuri. Grazie per essere stata con noi! =D


martedì 29 ottobre 2013

A tu per tu con... Federico Pagliai, autore di "Il bosco di nessuno di voi"

Bentornati nella mia Foresta Incantata!
Oggi torno con un'intervista, e questa volta è ospite della mia casetta in mezzo al bosco l'autore de "Il bosco di nessuno di voi", libro che vi ho recensito proprio qualche settimana fa (per chi si fosse perso la recensione, potete trovarla cliccando qui). Vogliamo cominciare?
1) Ciao Federico, e benvenuto sotto le fronde della mia Foresta Incantata! Presentati ai lettori del blog e raccontaci: chi è Federico Pagliai? 
Uno che si dipinge la vita scrivendo… ma a parte questo, ti dico che sono nato nell’aprile del 1966 a La Lima, da famiglia operaia. Ho trascorso tutta l’infanzia, adolescenza, e oltre, in questo paese atipico, perché, pur essendo incastonato in un contesto estremamente dominato dagli elementi naturali, (pietra, legno, acqua, terra) era un borgo nato, cresciuto e poi morto attorno a una delle realtà industriali più importanti del comprensorio, ovvero la Cartiera Cini. In età adulta sono babbo di una ragazzina di 18 anni, infermiere 118 a bordo di ambulanza ed elisoccorso e volontario del Corpo Nazionale Soccorso Alpino Speleologico.
 
2) Dal tuo ultimo libro “Il bosco di nessuno di voi” trapela il tuo grande amore per la Natura. Com’è nato questo tuo rapporto con Madre Terra?
Credo che i semi di questo legame derivino da un contrasto, una delusione e un risveglio. Il contrasto fa riferimento a quanto ho scritto a proposito di me: La Lima, paese natale, culla e calco, era un luogo dominato dalle tute blu, camion, sbuffi di vapore, suoni di sirena, rumori di macchine. In un posto del genere, accerchiato da cime e boschi, la Natura è contrasto, richiamo, lontananza. Va cercata. Ho sempre cercato le cose naturali laddove sono meno presenti: è come un richiamo istintivo, come un qualcosa che mi veniva suggerito dal dentro. 
Nella non naturalità de La Lima, durante l’infanzia, ho sempre posto attenzione alle piccole cose naturali che quel mondo artificioso offriva: i fossi con le rane o i broccioli, i nidi di rondine sotto le grondaie, gesti di vecchi che raccoglievano legna nel fiume dopo una piena… La delusione, dicevo: il paese si reggeva su un’utopia industriale a tempo. Il sogno che una tale realtà potesse durare negli anni si infranse nel 1977 quando gli impresari, fatti due conti, chiusero la Cartiera in tre mesi. Tutto il paese era stranito, la gente cominciò ad andarsene, amici di infanzia che venivano trascinati via, negozi chiusi, abbandono e malinconie dappertutto. Questa era la tanto reclamizzata certezza industriale. Un’utopia. E la Natura circostante? Quella fatta di boschi e campi da lavorare? Beh, quella era sempre lì, pronta ad offrirsi. Ma nessuno (o quasi…) la sapeva più trattare: la calamita della Cartiera aveva nei decenni passati attirato tutta una manovalanza che conosceva (salvo poi smarrirli) le arti e mestieri naturali per cui, in molti, si ritrovarono nell’incapacità di riannodare i fili con quel passato manuale e naturale che rappresentavano le fondamenta nascoste della storia umana di questi luoghi. Il risveglio: grazie alla mia indomabile curiosità, richiamo istintivo per tutto quanto è naturale e ad alcuni vecchi che erano soliti portarmi con loro per poderi, crinali e boschi, ho conosciuto, apprezzato e poi difeso una realtà che se n’era altamente fregata delle sorti della Cartiera. Erano boscaioli, contadini, scalpellini, pastori che con la loro economia di sussistenza, amavano e custodivano quotidianamente un territorio, ne conoscevano segni e sintomi. Vivevano sereni e con un senso della misura invidiabile a contatto con le stagioni: ognuna di esse metteva nelle loro mani un arnese diverso, ogni arnese era un mestiere. Loro sono rimasti. L’industrializzazione ha lasciato cenere e case vuote.
 
3) E ora raccontaci un po’ com’è nato “Il bosco di nessuno di voi”: come è scaturita l’idea di questo libro dalla tua penna? Cosa ti ha spinto ad intitolarlo così?
Penso che la scrittura non si scelga. E’ lei a scegliere noi. Con questo voglio dire che non c’è stata premeditazione nello scrivere questo ultimo libro. La penna ha “pescato” questo Federico e poi l’ha rovesciato su un foglio bianco. Sicuramente, sentivo il bisogno di una scrittura più introspettiva, profonda, pur restando nel solco della semplicità. Qualcosa che arrivasse in egual misura a bimbi e adulti (tant’è che nella prima bozza il sottotitolo era “Racconti per bambini cresciuti troppo in fretta e per adulti che vorrebbero tornare bambini”). Pur non discostandomi dall’argomento montagna, sentivo la necessità di parlare di sentimenti. Ne siamo tutti diseducati e, senza alcuna presunzione, volevo dire la mia contestualizzandoli in una forma letteraria apparentemente “banale” ma di una semplicità e sottigliezza assoluta come lo sono le favole. L’idea, poi, è stata stimolata dalle mie mattutine camminate nei boschi: i miei libri nascono là dentro, un colpo d’occhio, una suggestione, un lapis, un block notes e il pensiero-seme è fermato…Poi, quando meno uno se l’aspetta, ecco che in qualcosa germoglia. Mi chiedevi del titolo: pura provocazione che sfiora la presunzione e l’antipatia. L’ho voluto così perché accenna al percorso esperienziale di un uomo, di un singolo uomo che si addentra nel bosco-vita. L’idea, sottintesa e mai esplicitamente espressa, era quella di indurre il lettore, una volta terminato il testo, a sospettare che quel titolo si trasformasse nel “ Bosco di ognuno di noi”. Chissà se ci sono riuscito…
 
4) Qual è il racconto del tuo ultimo libro a cui sei più affezionato e perché? 
Due su tutti: Il ghiro a due code e il gatto che morì di randagismo per bramosia di libertà. Il perché? Beh, uno coinvolge la mia affettività. Una storia di amore molto recente che mi è rimasta stampata dentro, finita molto male. Ne dovevo parlare, scorporare un peso, confessare per condividere. Meno male che ho trovato il ghiro che mi ha ascoltato e raccontato (dove comincio io e dove comincia lui?), che ha condiviso un vissuto simile. Per quanto riguarda il gatto, esso è il racconto autobiografico: un nastro riavvolto, un presente di uomo che cerca-litiga-cerca l’amore, il presagio di una fine.
5) Nel tuo libro parli di “Igienite”, quella strana malattia che, per citare le tue parole, “non uccide, non fa venire la febbre e non si vede nemmeno ai raggi X, ma forse solo Dio sa di quante tradizioni, quanti antichi mestieri, cibi brutti a vedersi ma impareggiabilmente buoni e sani ha causato l’estinzione”. E’ una malattia che bene o male affligge un po’ tutte le persone che abitano in città: che consiglio ti sentiresti di dare a chi soffre di questa malattia? 
Più che consiglio (quella è gente che non accetta consigli) un auspicio: quello di trovarsi, per una qualche ragione, da solo, in una macchia, senza niente se non un po’ di acqua, una cordicella, un coltello… L’arte di arrangiarsi per sopravvivere metterebbe al buio ogni sintomo di igienite: hai fame? Bacche, radici di genziana, lumache… hai sete? Camminare per cercare una valida polla (con buona pace se non ha nei pressi una targhetta di “acqua controllata biologicamente”), hai freddo? Mezzo metro di foglie di faggio sono già un buon lenzuolo. Estremizzando di meno, basterebbe far soggiornare questi malati in luoghi naturali, abitati da gente naturale, dai volti rubizzi, amanti della compagnia, del lavoro manuale e della semplicità. La vita si apprezza sul contrasto.
 
6) Parlaci ora del tuo libro precedente, “Come un filo che pende” (che tra l’altro sono ansiosa di leggere).
Libro sovversivo. Non posso definirlo diversamente un testo che va contro alle tendenze che ci vogliono far vivere in un mondo fatto di supersupersupermercati e discariche. L’inno di una vita diversa, forse utopica ma non per questo poco suggestiva perché sospesa tra leggenda e realtà, raccontata da un uomo che fino alla veneranda età di 94 anni, ha deciso di vivere da solo in un podere a 1100 mt slm, lassù dove la neve resta per sette mesi l’anno e la terra è magra, ripida e poco fruttifera. Libro di amicizia: tra me e Gildo, il protagonista. Il nonno che non ho mai avuto durante l’infanzia, il filo sospeso sul mio percorso di vita. Mi aspettava. Ha colmato un’assenza. Libro come viaggio nel tempo, nella mutevolezza di alcuni aspetti: l’infanzia, il mondo del lavoro, la famiglia, la guerra, le donne, il rapporto uomo terra ambiente. Un secolo di vita raccontato dal “pianoterra”, dalla visuale di un uomo che non si capiva quanto appartenesse al mondo naturale e quanto alla contemporanea e attuale umanità.
 
 7) Cosa hai provato nello scrivere la storia di Gildo, che narra il rapporto di un anziano contadino con la sua terra? Cosa hai provato nel raccogliere e custodire le sue testimonianze?  
I semi della storia di Gildo erano già dentro di me, dall’infanzia e poi su su. Gildo gli ha dato forma, espressione e contesto. A rinforzo di ciò è arrivata la stima, il rispetto, la benevola suggestione che quest’uomo infondeva, la sua incombenza di raccontare che si sposava con la mia propensione all’ascolto. Il libro( non c’era premeditazione di farlo) è un effetto collaterale di tutto ciò. Nel raccogliere e custodire le testimonianze di quest’uomo ho provato una moltitudine di sensazioni: orgoglio perché mi sentivo riconosciuto come colui che aveva la possibilità di imbalsamare e tramandare una memoria di un uomo, anzi di una cultura intera, imbarazzo perché ero visto come lo scrittore, emozione perché si venne a creare un’ incredibile alchimia, dispiacere perché sentivo che quello era il testamento, canto di cigno di un uomo che sapeva di essere al capolinea. Infine, serenità. Perché Gildo, uomo di neve, era soprattutto serenità, umana quiete.
 
8) Racchiudi in poche righe (servendoti anche di una citazione se preferisci) la tua filosofia di vita. 
Azz..che domandona…. Tolleranza, rispetto, solitudini positive ed essenzialità. 
9) Se tu fossi un albero, quale saresti? 
Per identificazione con le “mie Montagne” sarebbe semplice e scontato risponderti con “un castagno”. Il mio albero preferito è la betulla, ma dovendomi somigliare a qualcos’altro preferisco dirti un ciliegio selvatico, uno di quelli che, improvvisamente, appaiono nel bel mezzo di un bosco. E’ albero precoce nel risveglio a primavera, così come lo sono io nello svegliarmi all’alba. Colorato perché non c’è mese che non acquisisca una livrea diversa. Ha il legno rosso dei timidi, l’orgoglio dei soli, la passione di chi sa voler bene testimoniata dalle foglie rosso sangue in autunno. Sembra un colosso ma, ogni tanto, perde un ramo.
 
10) E adesso, un’ultima curiosità prima di chiudere: la tua stagione preferita? 
Odio l’estate: noiosa nel suo fermo-meteo, troppo ridanciana e falsa per essere vera. Mi piacciono primavera ed autunno per la loro variabilità, per quella loro insicurezza di lasciare inverno ed estate. Ecco, dovendoti dare una risposta secca, ti dico “inverno”: vorrei sempre avere neve intorno. Spenge ed acquieta la mia indole primaverile, la neve. Speriamo nevichi, presto.
Bene Federico, l’intervista è finita. Grazie per aver accettato di essere mio ospite e tanti auguri per il tuo futuro e i tuoi libri!

mercoledì 31 luglio 2013

A tu per tu con... Marina Pratelli, autrice di "Inattesa sul mare"!


Bentornati nella mia Foresta Incantata!
Finalmente torno con una nuova intervista, che vi avevo promesso già la scorsa settimana. Ospite sotto le fronde del mio bosco questa volta è la carissima Marina Pratelli, che ha pubblicato da poco il suo ultimo libro, "Inattesa sul mare", che vi ho recensito sul blog (per leggere il post, clicca qui).
Non voglio farvi attendere oltre, quindi...

Ciao Marina! Presentati ai lettori del blog.

Ciao Mirial, ciao a tutti gli amici del tuo bellissimo blog. Mi chiamo Marina, ma questo lo sapete già... Sono nata a Milano, in un periodo particolare in cui si gridava "l'immaginazione al potere" e si sognava di cambiare il mondo. Poi si è visto come è andata a finire, ma qualche briciola di quelle illusioni mi è rimasta evidentemente appiccicata addosso, perché continuo a sperarci e a combattere, nell'unico modo che conosco, cioè scrivendo, ma anche come  attivista per i diritti umani, l'ambiente e gli animali, sia in rete che "fisicamente". Vivo da molti anni a Ventimiglia, una piccola città al confine con la Francia che a poco a poco ha sostituito nel mio cuore la mia metropoli, regalandomi la serenità di una vita tranquilla (a volte troppo, ma non si può avere tutto, dicono...) e soprattutto il mare, che ho sempre amato tanto. Ora non potrei più tornare indietro, anche se il mondo dell'editoria qui è troppo lontano, in tutti i sensi, e per chi vuole scrivere le difficoltà, sempre presenti in questo settore, aumentano vertiginosamente. Ma a volte le buone opportunità capitano, ed eccomi qui =)

Da quanto tempo scrivi e come è iniziata questa tua passione?

Mio padre era scrittore e giornalista. Ho respirato fantasia e inchiostro dalla nascita, lo vedevo scrivere, mi piaceva quando mi leggeva qualcosa o quando mi faceva addormentare raccontandomi favole che inventava per me, anche reinterpretando i grandi classici, come "Via col Vento", "Guerra e Pace", "Cime tempestose" e tanti altri, e facendoli "recitare" a bambole e orsacchiotti =) È così che ho iniziato ad amare le storie e il gusto di raccontarle, devo a lui questa grande passione. A diciotto anni ho pubblicato il mio primo racconto su un periodico femminile, e da quel momento non ho più smesso di occuparmi delle parole, che fossero articoli, novelle, inchieste, critiche musicali, poesie o servizi in radio e tv. Ho anche fatto l'editor per la Mondadori Harlequin... Ebbene si, lo confesso, sarà per questo che ora detesto le storie troppo sdolcinate?
Per anni ho lavorato a Radio Montecarlo, curando l'informazione, e lì ho imparato a limitarmi, a sintetizzare i concetti in poche righe, a sfrondare senza pietà! Molto utile se si vuole raccontare qualcosa senza seppellire gli eventuali lettori con montagne di pagine =)  

Per essere scrittori bisogna essere prima di tutto buoni lettori: i tuoi generi preferiti e i libri più belli che tu abbia letto.

Uh, questa è una domanda da dieci milioni di dollari! Nella mia vita ho letto un'infinità di libri, pensa che ho iniziato a leggere che non andavo ancora a scuola e ne son passati di anni =)

Ho letto davvero di tutto, dai romanzi ai saggi, ai testi di psicologia, politica e religione... Sono sempre stata curiosa e la curiosità penso sia la spinta primaria alla lettura. Ho un brutto difetto però: i libri li divoro con tanta voracità se mi piacciono, e uno dopo l'altro, da fare poi confusione nei ricordi. Se non mi piacciono invece, li abbandono subito, dalle prime pagine. A volte capita, ad esempio mi è successo con Kundera e con certi classici russi. Tra i miei preferiti c'è "Il piccolo principe", letto e riletto sempre con gioia e commozione, una certa produzione noir d'autore, come quelli di De Cataldo ("Romanzo criminale" ad esempio), il primo Andrea De Carlo (conosciuto a una presentazione a Bordighera, un affascinante affabulatore :-)) qualche titolo di Lucarelli, Stefano Benni, che trovo geniale. Tra gli scrittori stranieri, ho letto recentemente, amandolo, Johnathan Safran Foer e i suoi bellissimi "Molto forte, incredibilmente vicino" e "Ogni cosa è illuminata", che hanno il pregio di trattare argomenti serie  forti con un'incredibile ironia e leggerezza. Sicuramente tra qualche minuto mi verranno in mente decide di altri titoli e autori... chiedo umilmente perdono =) 

Tu sei di Milano: cosa ti ha spinto a trasferirti a Ventimiglia? Dal tuo romanzo sappiamo che è una città di confine in cui si mescolano diverse realtà... quindi quale ragione ti ha spinto a vivere qui e quale rapporto hai con questa città ricca di storia e di cultura? Cosa ti ha spinto a scrivere una storia ambientata tra le sue vie?

In Liguria venivo in vacanza fin da piccola, molti dei miei ricordi più belli sono legati a questi luoghi. Un giorno, nel lontano 1987, mi si è presentata l'opportunità di un lavoro che avevo sempre sognato, dopo tanta "gavetta": la responsabilità del notiziario di radio Montecarlo. Naturalmente era un impegno che prevedeva il trasferimento, e io non ho esitato, essendo un posto che già conoscevo e gradivo. Il lavoro è finito dopo sette anni, ma la mia vita è proseguita qui, e non me ne sono (quasi) mai pentita :-)
Ventimiglia è una cittadina particolare, la scopri e impari ad apprezzarla goccia a goccia, come una bevanda mai assaggiata, che al primo sorso lascia perplessi. Ho i miei posti preferiti, quelli che chiamo i miei luoghi sacri, in cui mi confondo con la Natura, la Terra, il Mare, le pietre antiche del centro storico, la foce del Roja. Ecco, il romanzo è stato un omaggio ai luoghi che mi hanno accolta e fatta stare bene, una forma di ringraziamento che mi bruciava dentro da tanto, e finalmente, per me, è uscito.

Per i due protagonisti della tua storia ti sei ispirata a qualcuno di reale? In cosa ti somigliano?

Francesco e Miro sono un misto di fantasia e realtà, una specie di collage di immagini, idee e comportamenti che ho colto qua e là, anche tra i miei ricordi di famiglia. Francesco era il nome di mio nonno, ad esempio, anche lui uomo del Sud, e i tratti sono simili a quelli di una persona che conosco. Miro, o almeno la sua storia, sono ispirati da un amico croato, Milan, che non c'è più da qualche mese. Anche lui era fuggito dalla guerra, negli anni Novanta, e forse nascondeva un segreto doloroso. Quanto alle sue caratteristiche fisiche, beh, ho descritto semplicemente l'uomo dei miei sogni =)  Francesco mi somiglia per certi furori improvvisi, per certe impazienze, Miro sono io per molti aspetti, dall'amore per gli animali a quello per la musica e la poesia, e per una certa pigra indolenza un po' fatalista che a volte mi caratterizza. Ma credo che chiunque scriva dissemini briciole di se stesso nei suoi personaggi =)

Nel tuo romanzo ricorre una data, il 23 agosto, che diviene quasi il perno della storia attorno al quale ruotano le vicende narrate. Tu dai importanza alle date e alle ricorrenze? 


Il 23 agosto è frutto del caso. Io credo molto nelle fatalità, negli intrecci che si diverte a regalarci il destino. L'ho sempre immaginato come un burattinaio che muove i nostri fili, a volte con un sorriso, altre con un ghigno maligno, e noi possiamo sottrarci al suo influsso solo con grande determinazione. Ma è un discorso lungo e complesso, su cui sto ancora lavorando, in verità =) tanto che il mio primo libro, uscito nel 2010, l'ho chiamato per scaramanzia "Il destino che non c'è"... Comunque, nel romanzo, cercavo una data che riassumesse alcune caratteristiche, come l'estate, un determinato periodo della guerra in Bosnia e un avento storico. Il 23 agosto del 1927, negli Stati Uniti furono giustiziati, innocenti, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, colpevoli solo di essere immigrati italiani, e anarchici. Un concetto che si adattava alla perfezione a quello che volevo esprimere nel libro, ovvero il rifiuto di ogni pregiudizio. Per rispondere finalmente alla tua domanda... Sì, per me le date sono importanti, le ricorrenze ancora di più. D'altronde, il writer geniale di cui ho riportato la frase in copertina ha racchiuso tutto in poche parole. "A che serve passare dei giorni, se non si ricordano?" 



So che ami molto gli animali... ne hai di tuoi a casa o randagi? Presentaceli =)

Gli animali sono i miei grandi amori, ancora più grandi dello scrivere, perché sanno regalare molto di più, chiedendoti in cambio molto di meno. Per me sono tutti di pari dignità e ugualmente degni di rispetto, tanto che sono tendenzialmente vegetariana, e per qualche anno sono riuscita ad esserlo del tutto. Poi ho dovuto sospendere, ma non dispero di riuscire a mettere ancora insieme il cuore e il corpo.

Ammetto di avere un occhio di riguardo per i gatti ^^ :-) Due abitano con me, Lulù, la mia prima micia, tigrata a pelo lungo, simile a una linciotta, ora anziana purtroppo, ma ancora in... zampa! E Easy, in origine Isidoro per la fame da lupetto, rosso dorato e bonaccione. Lei era stata abbandonata in un giardino, lui figlio di randagi. Poi, nell'ufficio di mio marito, vive Melò, così chiamato per il suo melodrammatico salvataggio dal tetto di un ristorante, dove l'aveva mollato la mamma, la decana dei randagi della Marina. Un cucciolo bellissimo col pelo lungo bianco e nero che mi guardava fisso, ogni volta che passavo, finchè non mi sono arrampicata per recuperarlo, precipitando dal tetto :-) un vero gatto di marmo (io, eh?). Ora ha quasi 10 anni e fa una vita splendida, amato e protetto, ma libero. Eh, ne ho curati tanti nel quartiere, e tanti ne ho perduti, con grande sofferenza. E' vero, non si possono salvare tutti, ma fa male lo stesso.

L'editoria: quali consigli vuoi lasciare a tutti gli scrittori che attendono ancora il loro esordio?

Purtroppo non esistono ricette magiche, puoi essere bravissimo e non avere mai l'occasione giusta, o il contrario ( e di esempi, per questi ultimi, ne abbiamo tanti, vero?). Conta molto la fortuna, per riuscire a pubblicare, a meno che non si cada nella trappola degli editori a pagamento. Ecco, questo mi sento di consigliarlo: se credete in quello che fate, che scrivete in questo caso, mai e dico mai fatevi tentare da quella scorciatoia, la più antipatica e secondo me frustrante, oltre che onerosa. Non vi scoraggiate, partecipate a concorsi seri, mandate il vostro lavoro ovunque, sottoponetelo a riscontri presso persone fidate e che se ne intendono, accettate i consigli con umiltà.Da tutti si può imparare qualcosa. Curate l'italiano, anche se può sembrare scontato. È una lingua bellissima e ricca, non impoveriamola utilizzando sempre gli stessi termini. E poi, ricercate la semplicità anche se sembra un controsenso. Vale la regola del togliere, non quella dell'aggiungere, la storia ne guadagnerà in scorrevolezza. Tutto questo, ovviamente, lo suggerisco con il capo cosparso di cenere e la consapevolezza di avere milioni di kilometri da fare ancora prima di considerarmi una scrittrice:-) e con la triste consapevolezza che non potrebbe esserci un momento più difficile per tentare l'impresa. Ma nessuno viene a casa a pregarti di concedergli l'onore di pubblicare il tuo manoscritto, quindi bisogna stringere i denti e non arrendersi alla prima delusione.

Hai altri progetti letterari in corso?

Certo! Un progetto ancora precedente a "Inattesa sul mare", infatti è più misterioso e "magico", come il primo. Sempre ambientato da queste parti, protagonista una donna, questa volta, e, naturalmente, un gatto! 
Poi ho un po' di racconti da ultimare, qualche favola... Ma tutto dopo l'estate, ora mi godo il mare =)

L'intervista è finita, grazie per essere stata mia ospite sotto le fronde degli alberi della mia foresta! 

Grazie infinite a te, Mirial, per avermi accolta in questo magico mondo, e avermi dedicato tempo e gentilezza. Grazie a coloro che, passando tra i tuoi alberi, si sono soffermati pazientemente. Continuerò a seguire le tue tracce con piacere, in attesa di leggere il tuo libro =)
A presto!

Che ne pensate? Spero che l'intervista sia stata di vostro gradimento, Marina è davvero una bella persona =) Tutte le foto presenti nel post sono state fornite gentilmente da lei, molto belle, non trovate?
Buon inizio settimana a tutti!

mercoledì 13 marzo 2013

A tu per tu con... Luca Centi!


Bentornati nella mia Foresta Incantata!
Io e la mia gemellina Yvaine del blog Il Pozzo dei Sussurri abbiamo deciso di ospitare sui nostri spazietti virtuali un autore italiano che ha da poco pubblicato il libro "Il Sogno della Bella Sddormentata" di cui vi ho già parlato e del quale attualmente sono messe in palio due copie proprio qui sul blog.
(Per leggere la mia recensione cliccate qui, per partecipare al Giftaway invece cliccate qui)

Adesso diamo il via all'intervista!



Ciao Luca! Presentati ai lettori del blog.
 
Sono un giovane laureato in lettere con la passione per la lettura e la scrittura. Ho avuto la fortuna di esordire nel 2009 con il romanzo fantasy “il silenzio di Lenth” e da allora scrivere è diventata un’attività a tempo pieno!
 
Qual era la tua fiaba preferita quando eri bambino?
 
La Sirenetta. Avrò letto la fiaba di Hans Christian Andersen e visto il film disney un centinaio di volte!
 
Come nasce l’idea di scrivere un libro basandosi su una fiaba classica?
 
L’idea mi è venuta subito dopo aver letto la fiaba originale di Charles Perrault, “Talia, il Sole e la Luna”. Una fiaba crudele, dove il lieto fine c’è ma ha un sapore dolceamaro. Ed è stato proprio dal finale che ho cominciato a pensare alla storia.
 
Quanto di te metti nei tuoi libri?
 
Tantissimo. Troppo, forse. C’è un pizzico della mia follia in Sir Lummer, un pizzico della mia testardaggine in Talia e un pizzico della mia ansia in Madame Vivienne.
 
Nei tuoi scritti sei molto versatile, lo sei anche nella lettura? Quali sono i generi che prediligi?
 
Leggo davvero di tutto. Adesso sul comodino ho Orgoglio e Pregiudizio e Zombie (che non mi sta entusiasmando molto), mentre sulla scrivania una pila di romanzi da leggere tra cui spuntano i nomi di Laurel Hamilton, Coelho e Mazzantini.
 
Ti viene più semplice creare protagonisti maschili o femminili?
 
È difficile in entrambi i casi, perché c’è bisogno di immedesimarsi nel personaggio, nel periodo storico, nel suo passato. La cosa più complessa è la psicologia. Cerco sempre di prendere spunto dalle persone che mi circondano, ma non sempre questo è di aiuto, specie con i personaggi più “negativi”.
 
Sei giovane, eppure hai già pubblicato due romanzi con una casa editrice importante (Piemme). Quali consigli ti sentiresti di dare agli aspiranti scrittori?
 
Semplicemente di scrivere, senza pensare alla pubblicazione a tutti i costi. Si scrive per il piacere di farlo e di essere letti. E poi oramai esistono tante di quelle piattaforme online che basta aprire un blog e gestirlo bene per essere letti da migliaia di utenti!
 
Quale momento della giornata prediligi per la scrittura?
 
Notte. Notte inoltrata, quando non c’è che il silenzio e il ticchettio dei tasti del pc.
 
Hai altri scritti in progetto per l’immediato futuro? Raccontaci qualcosa di questi (se puoi).
 
Due progetti ma non posso ancora dire molto. Under construction!
 
Credi di essere maturato come scrittore in questi anni, tra una pubblicazione e l’altra?
 
Sicuramente. Penso che il sogno della Bella Addormentata, ora come ora, sia la cosa più matura che abbia scritto, ma penso anche che già tra qualche mese le cose cambieranno. La scrittura matura scrivendo.
 
Tra i libri che hai scritto ce n’è uno che ti ha causato particolari difficoltà mentre lo scrivevi?
 
Il silenzio di Lenth. Tante belle idee ma gestite in maniera poco matura. Ci sono tanti personaggi, ognuno con un passato e un futuro da inseguire, ma non sono riuscito a dare loro il giusto spazio. Spero di poter rimediare in futuro.
 
Cartaceo o ebook?
 
Cartaceo. Sempre.
 
Chi ti ha sempre supportato in questi anni di scrittura?
 
I miei amici ma in particolare mia nonna. È stata lei ad aver sempre creduto in me e ad incoraggiarmi nei momenti di difficoltà.
 
A quale dei romanzi che hai scritto sei affezionato di più e perché?
 
A tutti, allo stesso modo. Lenth è stato concepito nel 2001, scritto nel 2007 e pubblicato nel 2009. Sono cresciuto con i suoi personaggi. La bella addormentata invece mi ha sopraffatto con la sua storia senza darmi il tempo di reagire; ascoltando “Blinding” dei Florence + the Machine è nata la poesia, poi il finale, ed infine la storia. Un’avventura che mi ha letteralmente travolto.




Ringraziamo Luca Centi per essere stato ospite dei nostri blog e per aver risposto alle nostre tante domande!
Sperando che l'intervista vi sia piaciuta, vi saluto e vi do appuntamento a domani =)

 
 

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